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Quella domanda del figlio: "Ma allora c'entri qualcosa?", poi l'interrogatorio fiume

Susanna Lazzarini ha ammesso le responsabilità in un colloquio in carcere. Lei e Busetto compagne di cella. L'inserviente ha accolto con compostezza la notizia: "E' frastornata"

Due destini incrociati, anche se nessuno fino ad ora lo sapeva. Tanto che Monica Busetto, l'inserviente del Fatebenefratelli, e Susanna Lazzarini, la rea confessa dell'omicidio di Francesca Vianello in corso del Popolo, hanno vissuto in queste settimane gomito a gomito nella stessa cella del carcere femminile della Giudecca. Le rispettive vite ora si dividono, forse in maniera definitiva: l'una sottoposta a obbligo di dimora, l'altra accusata di un delitto in più. E' quello di Lida Taffi Pamio, l'87enne residente in viale Vespucci a Mestre uccisa quattro anni fa. Per quel delitto era stata fermata Monica Busetto, uscita dal carcere mercoledì pomeriggio dopo due anni di reclusione. Il processo d'appello continua, lei rimane imputata, ma le porte del carcere si sono chiuse per il momento alle sue spalle. Sapeva fin da martedì che sarebbero potute arrivare buone notizie, ma il suo avvocato, Alessandro Doglioni, non era entrato nei particolari. Nessuna parola o gesto che potesse denotare entusiasmo o gioia, quando ha capito. Di certo mercoledì, poco prima di uscire dalla casa circondariale femminile, ha palesato una composta felicità e la consapevolezza che ancora le accuse nei suoi confronti non sono cadute: "Ha avuto dei mancamenti, è frastornata", ha spiegato il legale.

I DUE DELITTI A CONFRONTO: MOLTE ANALOGIE

INTERROOGATORIO FIUME, POI L'AMMISSIONE

Il processo si è incentrato soprattutto su quella catenina della vittima trovata nell'appartamento della Busetto, la dirimpettaia. Nel portagioie. Un monile che recava delle cellule epiteliali dell'imputata e che sarebbe stato indossato dalla vittima: come ci era finito nell'abitazione dell'inserviente? Lei in ogni caso si è sempre dichiarata innocente, fin da subito. Fin da quando era risultata l'unica indagata per il delitto. Poi la condanna a 24 anni e mezzo e quello sguardo solo raramente alzato. Rimangono gli elementi ritenuti dai giudici sufficienti per una condanna: il fatto che sulle scale non ci fossero tracce di sangue, quell'impronta di pantofola lasciata vicino al cadavere, quella collanina che sarebbe stata strappata dal collo della vittima. Poche parole quelle della Busetto, come poche sono state quelle proferite da Susanna Lazzarini. O meglio, non sufficienti a fugare tutti i dubbi di una ricostruzione a tratti lacunosa. Su questo punto il suo avvocato difensore Annamaria Cozza chiederà chiarezza. Perché una persona seguita dall'Ulss12 per presunte problematiche di carattere mentale dopo mezza giornata di interrogatorio fiume potrebbe risultare ben più "malleabile".

LA BUSETTO SI E' SEMPRE DETTA INNOCENTE,  IL PROCESSO CONTINUA

IL DNA INCHIODA LA LAZZARINI: ERA IN QUELLA CASA

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Questo uno degli elementi su cui punterà la difesa. Mancherebbe ancora il movente del delitto e sulla possibile presenza o meno della Busetto, "Milly" non avrebbe fornito elementi precisi. "Tant'è vero che si procede per il reato di omicidio in concorso", puntualizza  l'avvocato Cozza, che indugia sul fatto che le due protagoniste della vicenda abbiano vissuto a lungo vicine negli ultimi tempi. Ora ci saranno ulteriori interrogatori, una seconda ordinanza e nuove udienze. Ma quella domanda del figlio a "Milly": "Ma allora centri qualcosa anche per quell'omicidio?", e il suo cenno d'assenso con il capo, hanno cambiato la vita di tanta gente. C'era già il Dna a inchiodare la Lazzarini, ma a indurla ad alleggerirsi la coscienza, forse, sarebbe stata proprio la domanda del figlio. Davanti ai suoi occhi diifficile continuare a mentire. 
 

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